La follia non è mai stata solo una questione medica, spesso è stata anche un’arma politica.
La follia non è mai stata soltanto una questione medica. In molti momenti della storia è stata anche
uno strumento politico, un modo per esercitare potere, per definire chi era “civile” e chi no, chi
apparteneva al mondo della ragione e chi doveva esserne escluso.
Durante l’espansione europea tra XIX e XX secolo, la psichiatria si intrecciò profondamente con le
logiche del dominio. Nata come disciplina per studiare e classificare la mente, divenne uno strumento
per contenere, e spesso distorcere, i corpi e le menti dei popoli colonizzati. Dietro il linguaggio tecnico
e scientifico dei manuali e dei referti, si nascondeva un messaggio preciso: la razionalità appartiene
all’Occidente. Tutto ciò che non rientrava nei parametri europei veniva considerato arretratezza,
istinto, impulsività. E in questa gerarchia culturale, la “follia” fu spesso usata come categoria politica.
L’idea che le popolazioni colonizzate fossero “mentalmente immature”
,
“impulsive” o “isteriche” non
era semplicemente un pregiudizio era una costruzione teorica elaborata per giustificare la supremazia
bianca. La psichiatria coloniale descriveva i popoli africani, arabi o asiatici come incapaci di
autocontrollo, dominati da emozioni primitive, soggetti a crisi collettive.
Nei rapporti medici dell’epoca, le diagnosi assumevano toni etnografici creando disturbi che non
esistevano come la “pazzia del nero”
, la “melanconia tropicale”
, la “nevrastenia indigena”
. Categorie
non utili per curare, ma che servivano solo a rendere scientifica la disuguaglianza. Il disagio psichico,
nelle colonie, non era visto come sofferenza individuale, ma come tratto culturale, un marchio
collettivo.La “follia” non resta legata all’ambito clinico: diventa etnia, stratificazione sociale, segregazione,
controllo. Le categorie si sciolgono e si mescolano dando vita ad uno sconfinamento concettuale,
dove la parola cambia forma e funzione: la medicina si mescola con potere, la cura con il dominio, la
diagnosi con la politica.
Il manicomio, in questo contesto, non era solo un luogo di cura, ma un luogo in cui si applicava il
potere coloniale. In Algeria, in Congo, in India e in molte altre colonie nascevano ospedali psichiatrici
gestiti da medici europei e destinati ai “folli indigeni”
. Si trattava di luoghi di contenimento più che di
cura, prigioni travestite da istituti terapeutici dove le terapie consistevano in lavoro forzato,
isolamento, punizioni fisiche e correzioni morali pensati per correggere comportamenti considerati
devianti rispetto alla norma occidentale, insomma un dispositivo di controllo travestito da assistenza. Il
manicomio diventava così un altro luogo in cui imporre il potere coloniale, uno spazio in cui il corpo e
la mente del colonizzato venivano controllati e rimodellati secondo parametri esterni. Non a caso,
molti ricoveri avvenivano non per disturbi psichiatrici reali, ma per atti di ribellione, mancato rispetto
delle autorità, rifiuto del lavoro obbligatorio o semplicemente comportamenti incomprensibili agli occhi
europei.
Ciò che veniva descritto come follia, nel sistema coloniale, era spessa ciò che non si voleva o non si
sapeva tradurre.
Molti episodi di “psicosi collettive” registrati nei documenti coloniali erano, in realtà, forme strutturate
di ribellione o rituali comunitari con significati spirituali. Le urla, le visioni, i riti erano interpretati come
sintomi di malattia, ma spesso erano linguaggi politici, spirituali, identitari.
Quello che veniva classificato come follia era in realtà un modo per dire “no” al potere coloniale. Un
modo per sottrarsi alle regole dell’ordine imposto, per difendere un mondo simbolico che l’Europa non
riconosceva e quindi dichiarava patologico. La psichiatria europea, basata su concetti di individuo,
razionalità e autocontrollo, era incapace di leggere espressioni collettive della sofferenza e della
resistenza, e di conseguenza le trasformava in diagnosi.
La psichiatria occidentale, dunque, non si limita al proprio dominio, la salute mentale, ma sconfina
nella politica, nella religione, nella cultura, nella governance dei corpi, creando categorie che non
esistono, medicalizza comportamenti culturali, trasforma differenze sociali in diagnosi biologiche.
Stiamo parlando di uno sconfinamento abusivo, un passaggio non autorizzato da un campo scientifico
a un campo politico.
La fine formale dei colonialismi non ha automaticamente cancellato questa eredità. Molte categorie
psichiatriche e molti protocolli diagnostici hanno continuato a portare dentro di sé l’eco di quella logica
di dominio perché costruiti su modelli occidentali, spesso poco adatti a interpretare altre esperienze
culturali, altre forme di sofferenza, altri modi di esprimere disagio.
Oggi, in molte aree del mondo, la salute mentale resta un campo “colonizzato”: la lingua della cura
non appartiene davvero ai corpi che cerca di curare. Ciò che in una cultura è visto come crisi
spirituale, rito, chiamata religiosa o lutto.
Significa che un sistema nato in Europa continua a sconfinare in contesti che non gli appartengono,
leggendo sofferenze diverse con strumenti che non sono stati creati per quelle realtà.
Eppure, qualcosa si sta muovendo. Antropologi della mente, psichiatri transculturali, ricercatori e
attivisti stanno riscrivendo il linguaggio della salute mentale. Non più come sistema universale, ma
come mappa plurale in cui coesistono culture diverse, modi diversi di soffrire, modi diversi di guarire.
La follia, da categoria del dominio, può tornare ad essere ciò che è sempre stata: un’esperienza
umana complessa, che non ha confini netti, e che soprattutto non può essere definita da un’unica
cultura.
Il colonialismo psichiatrico è un esempio potentissimo di confini culturali che saltano, linguaggi che si
mescolano in modo violento, poteri che si espandono oltre il loro ruolo e identità che resistono,
scivolano e cambiano forma
Lo sconfinamento non è solo estetico o creativo è storico, politico, mentale.
